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Anna Cisero Dati, Donna Resistente

22 novembre 2018

ANNA CISERO DATI
DONNA “RESISTENTE”

Sabato 24 novembre 2018, ore 17
Sala Maria Ida Viglino
Palazzo Regionale
Aosta

Anna_Cisero_Dati

Discorso di Nedo Vinzio per il 25 Aprile a Verrès

3 maggio 2012

Il discorso del vicepresidente regionale dell’A.N.P.I. Nedo Vinzio, in occasione della celebrazioni per il 25 Aprile di quest’anno a Verrès.

Cittadine e cittadini, signori sindaci, autorità militari, rappresentanti delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma, rappresentanti degli ex internati nei campi di concentramento nazisti;

ringrazio il sindaco di Verrès, Luigi Mello Sartor, per il saluto che ci ha appena fatto in questa piazza e ringrazio tutti voi, qui convenuti per questa 67a celebrazione del 25 aprile.

Lo scorso anno, in questo giorno ricordavamo anche i 150 anni dell’unità d’Italia, che era stata festeggiata il 17 marzo precedente.

È stato un anno denso in quella ricorrenza, che ha permesso a tutti noi di ricordare le origini della nostra unità nazionale: il Risorgimento, ma anche la carta fondativa della Repubblica, la Costituzione nata dalla Resistenza, che guida da 64 anni il nostro agire di cittadini.

Oggi è però doveroso chiederci perché è ancora importante incontrarci in questa, come in molte altre piazze di questa Regione e d’Italia. Questa non deve essere e non è una domanda retorica.

Il presidente nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia nella sua relazione all’ultimo Consiglio Nazionale del 31 marzo e 1° aprile scorsi, relativamente al concetto da più parti auspicato nel corso di questi ultimi anni di fare avanzare la“memoria condivisa”, ha avuto modo di affermare concetti che personalmente mi sembrano rispondere alla domanda.

Scrive Carlo Smuraglia: Sulla Resistenza, è in atto da molti anni un’ondata di negazionismo, revisionismo e addirittura di “revanscismo”, per usare la icastica definizione di uno storico; si continua a negare il valore della guerra di liberazione, limitandola ad una “guerra civile”; si nega al 25 aprile il valore di Festa nazionale e addirittura si arriva a proporne l’abolizione come festività. E non parliamo del furibondo attacco alla Costituzione che in mille forme si è esplicata, da tanti anni, dapprima con la svalutazione e lo svuotamento, poi con la disapplicazione, ed infine con proposte di modifiche a dir poco incredibili; tant’è che un costituzionalista ha potuto intitolare un suo libro in modo significativo “L’assedio, la Costituzione e i suoi nemici1.

Ed allora, di che cosa parliamo, se ne mancano tutti i presupposti e sono in troppi da un lato a richiedere la “memoria condivisa” e dall’altro a fare il possibile perché essa sia irrealizzabile?

Lo storico Giovanni De Luna, in un suo recente libro, fa riferimento a quel patto “minimo” che dovrebbe esistere in ogni Paese civile, circa le fondamenta della nazione, un patto attorno al quale si dovrebbe costruire la convivenza civile e le sue espressioni storiche, i monumenti, le lapidi, le festività, gli insegnamenti nelle scuole e così via.

Ma questo patto “minimo”, da noi, non si è mai realizzato; ed è davvero grave che neppure questo sia stato possibile, se non sotto un unico profilo, che è quello del tentativo di mettere sullo stesso piano i combattenti per la libertà e quelli per la dittatura e l’occupazione straniera.

A questo gioco non possiamo starci. E tuttavia, dobbiamo continuare ad insistere perché il Paese faccia i conti con la propria storia, con lealtà e chiarezza, e divenga finalmente possibile almeno la realizzazione di quel patto minimo di cui parla De Luna.

Fare i conti con la storia, vuol dire insistere con convinzione nel ricordare che la Resistenza non fu guerra civile di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli, ma fu invece la lotta tra combattenti italiani e soldati contro gli invasori tedeschi ed i loro collaboratori repubblichini. Fu un momento esemplare in cui si combatterono i difensori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannia. Ciò va detto e ripetuto sempre; senza timore di cadere nella retorica resistenziale.

Concedetemi però anche una breve digressione. Pure se non è mia intenzione dare una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti del secondo dopoguerra, voglio semplicemente affermare che fare i conti con la propria storia significa anche ricordare quel che è avvenuto dopo la guerra di liberazione, con il tentativo di colpo di stato Borghese e con i lunghi anni del terrorismo e delle stragi che continuano a non trovare colpevoli: dopo Piazza Fontana a Milano, anche l’assoluzione di tutti gli imputati intervenuta con la sentenza di Piazza della Loggia a Brescia del 14 aprile scorso riapre una ferita nella carne viva di tutti gli antifascisti e i democratici e ricorda dolorosamente a noi tutti le anomalie di una democrazia non pienamente compiuta.

Ancora oggi a distanza dal 25 aprile del ’45 è quindi importante trovarci qui non solo a ricordare i tragici eventi del 1943-45, i lutti che quel periodo ha lasciato e il buio del ventennio che li precedette, la differenza incolmabile e indimenticabile tra chi stava dalla parte della libertà e chi dalla parte della tirannia, ma anche per testimoniare, come ha avuto modo di scrivere il Presidente Napolitano nel suo libro “Una e Indivisibile”, quello che gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.

Questa, a ben pensarci, è la ragione di fondo per la quale, persone di diverso orientamento politico e religioso ma di uguale convinzione antifascista determinate a non mollare mai, sentono il bisogno di ritrovarsi nel giorno della festa della Liberazione.

Per ciò che ha rappresentato la guerra di Liberazione ma anche perché in questo momento cruciale della vita della nazione c’è bisogno che le cittadine e i cittadini, tutti noi, mettiamo in campo le migliori risorse di cui disponiamo nell’interesse collettivo, per costruire e consolidare quel sentimento minimo di comunanza che solo ci consentirà per l’appunto di superare questi momenti difficili.

Il ricordo! Il ricordo si costruisce anche per stratificazione e per passaggio di conoscenze da chi quell’epoca, quegli eventi li ha vissuti direttamente a coloro i quali sono venuti dopo. Chi li ha conosciuti attraverso il vissuto familiare: io, come molti di noi, abbiamo conosciuto la Resistenza dai ricordi del padre o di altri familiari; ma anche attraverso le memorie dei compagni e degli amici che sono ancora qui e che ancora ci raccontano di quei momenti ormai lontani.

Ma la memoria si trasmette naturalmente anche attraverso la scuola. Ricordavamo lo scorso anno in questa piazza e in questa ricorrenza del 25 aprile come la scuola, tanto criticata durante la troppo lunga stagione che, è bene ricordarlo, è passata da pochi mesi – ricordiamoci che il governo Monti si è insediato solamente il 16 novembre scorso: 5 mesi fa – costituisca, la scuola ribadisco, un baluardo insostituibile per il mantenimento della memoria collettiva.

E questo pone oggi innanzi a noi tutti un altro compito, forse ancora più importante benché non semplice. La sfida è spiegare, ai più giovani soprattutto, perché i valori della Resistenza – che pure non è stata un blocco monolitico ma un movimento fatto da uomini e donne diversi tra loro – siano ancora oggi il motore e il sale della democrazia. Spiegare i valori e le speranze significa restituire senso alla Resistenza, dando concretezza a quei principi di antifascismo, libertà, democrazia che ne costituiscono il nucleo unitario più vitale.

Oggi viviamo in uno stato libero perché qualcuno ha pensato a questo prima ed è importante ricordare che chi ci ha pensato allora – ed erano in gran parte giovani sui vent’anni – non aveva mai vissuto in libertà, men che meno in democrazia.

Solo ascoltando il racconto dei più anziani si capisce cosa sono state la dittatura, la guerra, la privazione delle libertà; solo dai loro racconti i più giovani possono apprezzare cosa sono e quanto valgono la democrazia, la pace e la prosperità, anche e soprattutto in momenti difficili e gravi come quelli che stiamo vivendo.

Il 25 aprile 1945 segnò l’apice del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella rivolta contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista.

Per questo possiamo dire oggi che il 25 aprile è la Festa del popolo che si identifica nei valori della Resistenza: unità, libertà e antifascismo.

Perciò possiamo dire anche che con la liberazione dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista – frutto del sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani! – possiamo perciò dire che la Resistenza e il 25 aprile rappresentano anche il momento nel quale il popolo italiano ha ancorato nella storia i tratti fondamentali della propria identità di stato moderno e democratico.

Una democrazia che si fonda sulla pace, sulla partecipazione dei cittadini, sul lavoro, sulla giustizia sociale, sul rispetto della persona umana e dei suoi diritti, sul rifiuto di ogni discriminazione sociale, razziale, politica e culturale, sull’uguaglianza nei diritti e nei doveri.

Per concludere fatemi ancora dire che è importante, che occorre che noi ricordiamo sempre come la stessa storia dell’Italia repubblicana si fondi completamente nell’esperienza dell’antifascismo che Piero Calamandrei definì “quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenzae che Sandro Pertini indicò come “un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari.

Per questo ancora oggi la memoria di quei fatti che chiamiamo 25 aprile è essenziale per noi, per i nostri figli e per le generazioni a venire, per questo Paese insomma.

Viva la Resistenza, viva l’Italia, viva l’Europa unita, viva la Pace.

Michele Ainis

Verrès | Commemorazione del 25 aprile di Nedo Vinzio

7 maggio 2011

Cittadini, signori sindaci, autorità militari, rappresentanti delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma, rappresentanti degli ex internati nei campi di concentramento nazisti,

ringrazio il sindaco di Verrès, Luigi Mello Sartor, per il saluto appena portato a questa piazza e ringrazio tutti voi, qui convenuti per questa celebrazione del 25 aprile.

Questo è anche l’anno in cui si ricorda l’altra ricorrenza fondativa dello stato italiano: i 150 anni della sua unità, che è stata festeggiata il 17 marzo scorso.

L’emozione – non posso nasconderlo – è grande e all’emozione si aggiunge un doveroso pudore. In questi ultimi giorni mi sono infatti più volte chiesto quale diritto mi conceda di parlare in questa piazza ed in questa ricorrenza, quando qui con me e con voi ci sono alcuni dei diretti protagonisti di quella lotta di Liberazione che celebriamo e che avrebbero certo più titolo di me a tenere il discorso ufficiale.

Non sono uno storico, l’unico motivo che mi concede questo privilegio è forse quello di essere figlio, nipote e amico di partigiani combattenti, di avere perciò da sempre respirato l’aria sana di chi quei periodi tragici, ma anche esaltanti li ha vissuti in prima persona.

È con questi dubbi, ma è per questo, per la forza che mi da questo senso di appartenenza che cercherò qui e con voi di fare oggi del mio meglio.

Anche se in modo diverso, sono tanti gli aspetti legati alla data del 25 aprile.

In primo luogo noi oggi ricordiamo la fine della seconda guerra mondiale. Essa fu, per il nostro paese, una vera sciagura: milioni di Italiani e tra loro molti valdostani, furono mandati a combattere, a soffrire e a morire in, Francia, in Grecia, in Africa, nei Balcani, in Russia.

Dal ’43 si cominciò poi a combattere e a morire anche in Italia e dopo l’armistizio dell’8 settembre di quell’anno nacque presto la vicenda della Resistenza che fino all’aprile del ’45 pose le basi della società nella quale ancora oggi viviamo.

Inoltre è bene sempre ricordare, come ci invita a fare nella premessa del suo libro La Resistenza in Valle d’Aosta l’On. Roberto Nicco, che … La vicenda della Resistenza si sviluppa anche qui, per tanti aspetti, lungo linee comuni a quelle di altre zone, ma, nello stesso tempo, è segnata da caratteri specifici che la contraddistinguono fortemente. La questione valdostana, ovvero la definizione dell’assetto della Valle d’Aosta nel dopoguerra, …

Questa storia, italiana e valdostana, fu la catastrofe di gran lunga la più devastante e dolorosa della sua storia.

Il fascismo va giudicato anche sullo sfondo di tale disastro: ed il giudizio è, e sarà sempre un giudizio di condanna inappellabile, che nessun maldestro, antistorico, meschino e vergognoso tentativo revisionista potrà, dovrà, cancellare.

Concedetemi una digressione: mi riferisco qui alla presentazione al Senato, lo scorso 29 marzo, da parte di alcuni senatori del Pdl, di un ddl costituzionale per abolire la norma transitoria della Carta che vieta la ricostituzione del Partito nazionale fascista. Sebbene il presidente del Senato si sia dichiarato sorpreso ed esterrefatto che da parte di alcuni rappresentanti dell’attuale maggioranza parlamentare si arrivi a tanto e che anche molti altri parlamentari abbiano condannato l’iniziativa, ciò rappresenta l’ennesimo piccolo gesto mirato, ma molto significativo, per distruggere i pilastri della nostra Costituzione.

Ma dalla rovina della guerra nacque anche la volontà di riscatto della nazione.

La riscattarono i militari che, abbandonati dalla viltà del re, dalla vigliaccheria di politici e degli alti comandi militari, non si piegarono ai tedeschi e poi ai fascisti di Salò.

La riscattarono i partigiani delle tante e diverse formazioni combattenti, i civili dei nostri paesi, le donne, i tanti preti inermi ma coraggiosi.

Per tutto ciò possiamo dire, dobbiamo dire, che il 25 aprile è l’evento fondante il nostro vivere civile, quello che fa di noi un popolo indipendente e libero, anche nonostante le poco edificanti vicende che la nostra nazione vive oggi.

È con la Resistenza che abbiamo conquistato ancora una volta, per la seconda volta, la nostra indipendenza. È anche per questo che oggi vogliamo ricordare qui anche i 150 anni dell’Unità d’Italia e la nostra carta fondamentale: la Costituzione della Repubblica che, frutto della Resistenza, che ha riscattato questo paese dal fascismo a prezzo di atroci sofferenze di popolo, ha garantito che gli italiani, i valdostani, abbiano potuto vivere nella pace, nella libertà e nella democrazia ed anche nel benessere per i sessantasei anni che ci separano dalla Liberazione.

Questo ci porta al secondo aspetto per il quale siamo qui oggi: la difesa della Carta Costituzionale, più che mai sotto attacco.

Diceva Piero Calamandrei, che abbiamo ricordato poche settimane fa ad Aosta, in piazza Manzetti, leggendo la celebre epigrafe dedicata a Duccio Galimberti: “Lo avrai, camerata Kesselring…” in risposta alla folle pretesa del monumento che gli italiani avrebbero dovuto erigere al boia delle Fosse Ardeatine, delle Stragi di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e molte altre.

Diceva Piero Calamandrei, appunto, nell’introduzione al corso sulla Costituzione italiana, tenuto a Milano nel gennaio 1955, … la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; e ancora, ….. Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.

E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

Calamandrei, sempre a proposito della Carta Costituzionale, diceva anche:

Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili, di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie”, ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.

O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour!

O quando io leggo nell’articolo 5 “La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!

O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi!

O quando leggo all’articolo 27 “Non è ammessa la pena di morte”, ma questo, oh studenti milanesi, è Beccaria!

Mi è sembrato giusto, doveroso anzi, ricordare oggi e qui queste parole. Le preoccupazioni, ma anche l’orgoglio morale ed etico di un protagonista di quegli anni e di quelle vicende a pochi anni: 10, dalla fine della guerra.

Doveroso perché con voi oggi, a oltre sessant’anni di distanza dalla Liberazione, noi riconosciamo il ruolo importante, fondamentale dei giovani e delle loro istituzioni scolastiche, tanto vituperate, nella difesa dei valori della costituzione, in una staffetta non solamente ideale tra l’ultima generazione che ha vissuto sotto il giogo fascista, che è ancora qui con noi oggi, e chi ha potuto vivere in democrazia ma che proprio perciò deve difenderne i valori che non vanno mai dati per scontati, né acquisiti una volta per tutte.

Mi sia concessa anche qui una divagazione: il Presidente del Consiglio Berlusconi ha recentemente dichiarato nel discorso al congresso dei Cristiano-Riformisti il 26 febbraio 2011 e ancora ribadito il 16 aprile scorso: «Crediamo nell’individuo e riteniamo che ciascuno debba avere il diritto […] di poter educare i figli liberamente, e liberamente vuol dire di non essere costretto a mandarli a scuola in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei princìpi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell’ambito della loro famiglia».

Io, noi, crediamo che l’educazione, ora più che mai sotto attacco, è qualcosa che non si inculca. Né a scuola, né in famiglia e né altrove: la scuola e la famiglia devono educare, non inculcare. L’educazione è fatta di insegnamenti, di modelli pedagogici, di suggerimento di valori, di inviti allo studio, e di quant’altro sia non invasivo ma propositivo. “Inculcare” significa imporre qualcosa, indottrinare a forza, come facevano i regimi dittatoriali con le rispettive propagande.

Infine, vorrei ancora fare un’ultima breve considerazione sui fatti di questi giorni, determinati dalle insurrezioni dei popoli dei paesi nordafricani, delle repressioni che essi subiscono, degli esodi che esse determinano verso i paesi europei, in primis l’Italia.

Le risposte che gli Stati dell’Europa stanno offrendo, con i loro poco maturi comportamenti, dettati quasi esclusivamente da logiche di interesse elettorale, hanno creato il terreno fertile perché il Ministro Maroni, ma anche la leader del Fronte Nazionale d’estrema destra francese Le Pen, ipotizzare l’uscita dei nostri Paesi dalla Comunità Europea.

Anche in questo caso il richiamo ai nostri trascorsi storici si impone. L’idea di Europa come la viviamo oggi è nata dopo il 1945 per chiudere definitivamente il capitolo delle guerre europee; un capitolo lungo oltre duemila anni.

Se noi non inseriamo la nostra lotta di liberazione nazionale in quella più ampia lotta che tutta l’Europa combatté per riconquistare sé a se stessa nella libertà e nella democrazia, rischiamo di non cogliere tutta intera la carica liberante presente nella data del 25 aprile.

Le levatrici di quell’idea d’Europa furono tre statisti: i francesi Jean Monnet e Robert Schuman e l’italiano Altiero Spinelli. Dalla loro spinta ideale è venuta alla luce la Comunità Europea, perché l’allargarsi degli orizzonti non significasse perdersi, ma ritrovarsi insieme a tantissimi altri che in paesi diversi combatterono un’eguale battaglia per aprire prospettive di pace e di progresso che solo un’ Europa libera, solidale e ricca delle sue diverse culture, può garantire.

Certo, i problemi che oggi incalzano sono nuovi e gravi ma non è ritornando indietro che li si risolvono. Se quello che ricerchiamo ancor oggi è un di più di libertà, anche per chi è al di là del mare, di democrazia, di giustizia, di solidarietà, di rispetto, di tolleranza e di pace è sempre alle radici della Resistenza il luogo a cui dobbiamo tornare, là dove democrazia, libertà e giustizia e pace furono guadagnate con enormi sacrifici e indicibili sofferenze, fino all’incontenibile felicità del 25 aprile 1945.

Viva la Resistenza, viva l’Italia che compie quest’anno i 150 anni di unità, viva l’Europa unita, viva la pace.

Nedo Vinzio, Vice Presidente ANPI Valle d’Aosta.


Verrès, 25 aprile 2011 | Nedo Vinzio