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Grande soddisfazione per la riuscita della commemorazione di Trois Villes

19 agosto 2014

Il Comitato valdostano dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia esprime grande soddisfazione per la commemorazione di Trois-Villes che ha visto un’ottima partecipazione e contributi di grande rilievo, ringrazia le famiglie Tibone e Ponsetti che hanno contribuito fattivamente alla riuscita del pranzo conviviale e coinvolto moltissimi ragazzi durante la cerimonia ufficiale.

Commemorazione ANPI a Trois-Villes di Quart  – Nel 70esimo Anniversario Trois-Villes, 17 agosto 2014

Discorso ufficiale tenuto da Raimondo Donzel

Care e Cari partigiani e staffette, Caro Sindaco, Autorità politiche, cittadine e cittadini, chers amis valdôtains,
rinnovo un sentito e caloroso ringraziamento al Sindaco, all’Amministrazione di Quart e a tutta l’ANPI regionale che negli anni hanno sempre reso il dovuto omaggio alle vittime e favorito la memoria dei tragici avvenimenti che dal 17 al 23 agosto 1944, portarono alla distruzione dei villaggi di Trois-Villes, di cui oggi ricorre il 70esimo anniversario.

Un ringraziamento alle mamme, ai papà e ai nonni che hanno accompagnato qui i loro bimbi. Cari bambini oggi potete incontrare ancora dei partigiani che hanno vissuto direttamente la Resistenza, stringete loro la mano e quando sarete grandi ricorderete questo incontro!

L’Abbé Pramotton, cappellano di Nus, coraggioso protagonista di un tentativo di mediazione fra partigiani e repubblichini, annota sul suo diario: “Là in alto verso Trois-Villes una enorme colonna di fumo si innalza sempre più scura sempre più grande…. […] L’incubo (del coprifuoco) è durato dalle ore 10 del sabato alle 16 del mercoledì: esattamente 94 ore!”

94 ore di coprifuoco, terrore e rappresaglia, senza viveri e collegamenti, prigionieri nelle proprie case: vicende che oggi seguiamo alla TV, dove scorrono le tragiche immagini di Gaza, dell’Ucraina, dell’Iraq, della Siria. Per questo ricordiamo, perché sia ancora più forte l’impegno per la pace nel presente.

Ancora l’Abbé Pramotton, annotava: “Poche vittime tra i civili, nessuna tra i partigiani.” In guerra il peso della vita umana sembra mutare. I quasi 2000 morti di Gaza rischiano di diventare una statistica, o di non essere neppure classificati come in Iraq. Noi invece vogliamo che delle vittime innocenti si curi la memoria perché ogni vita ha pari dignità; i nomi sono frammenti di preziose esistenze spezzate, questi nomi sono i nomi di tutti coloro che cadono nel silenzio e nell’anonimato in ogni luogo del pianeta, e noi dobbiamo ricordarli questi nomi: Barrel Eusebio, Désandré Pietro, Foretier Dujon Tommaso, Martinet Roberto.
Un tributo di sangue e il terribile rogo delle case che gli abitanti di Trois-Villes, di Quart e di Nus non hanno mai dimenticato. Ma perché quel sacrificio non sia stato invano, non basta che quei nomi siano incisi sulla dura lapide; bisogna che siano scritti nei nostri cuori.

L’ANPI non è un’associazione di nostalgici. La sua azione che da subito si è contraddistinta per la partecipazione alla Consulta Nazionale dal settembre 1945 al giugno 1946, si cala tuttora nell’attualità e si apre sempre più alla collaborazione dei giovani per volontà degli stessi partigiani, che prima di lasciarci o perché fortemente provati dall’età hanno affidato loro il testimone di una incessante attività democratica dal 25 aprile 1945 ad oggi.

Le commemorazioni dell’ANPI non sono un raduno di reduci, anche se l’aspetto umano del rivedersi e dello stare insieme ricordando fatiche, tribolazioni, sofferenze, prima della grande vittoria finale ha una sua importanza, rafforzando il senso di una comunità le cui generazioni sono saldamente unite dalla condivisione degli stessi valori. Questi incontri non abbiamo timore di dire sono vere e proprie manifestazioni politiche (nel senso alto e positivo del termine) che, nel promuovere la memoria di quella grande stagione di conquista delle libertà che fu la Resistenza, mirano alla custodia e all’attuazione dei valori della Costituzione, quindi della democrazia e della libertà, al di là delle appartenenze politiche dei singoli associati, come avvenne nella lotta di liberazione al nazifascismo.
Una partecipazione politica attiva che nei settant’anni trascorsi dal 25 aprile si è sempre connotata per il rispetto e la difesa delle istituzioni democratiche, il contrasto della violenza e l’adesione al pacifismo: come nel novembre 1977 quando l’ANPI prese una posizione netta contro il terrorismo, dichiarando: “I Partigiani che hanno combattuto con le armi in pugno per sconfiggere il terrore fascista e nazista, per conquistare la pace, la libertà e la democrazia, esprimono tutta la loro esecrazione nei confronti di chi vigliaccamente colpisce inermi cittadini per seminare sgomento e rovesciare le istituzioni conquistate con tanti sacrifici dal popolo italiano.”

Un’azione politica costante ma nel quadro delle regole democratiche e proprio in difesa della Costituzione.

Oggi mi preme dunque richiamare l’urgenza dell’attenzione da parte dei cittadini valdostani e delle Istituzioni regionali di fronte alla Riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione. La Resistenza in Valle d’Aosta fu portatrice, in un complesso e articolato dibattito, contestualmente ai valori di libertà e democrazia anche di quello a noi tanto caro dell’Autonomia e del riconoscimento della nostra identità di popolo mortificata dal fascismo, attraverso intimidazione, repressione e volenza, e anche da una straordinaria capacità di propaganda del regime tale da attrarre a sé anche tante coscienze, che solo il disastro bellico riuscì a risvegliare.

Perché nuovamente le coscienze non siano assopite è bene che si segua con attenzione lo sviluppo delle riforme Costituzionali, perché l’obiettivo sia il rafforzamento della democrazia, del federalismo e dell’autonomia come volevano i padri fondatori della Repubblica. Deve essere chiaro che il neocentralismo burocratico/ministeriale non è la risposta ai problemi istituzionali ed economici del Paese; ma solo una più definita articolazione federalista dei poteri tra Comuni, Regioni e Stato può ridare slancio alla nostra organizzazione politica, economica e sociale, in linea con i grandi paesi democratici del mondo.

L’obiettivo principale è quello di discutere coi cittadini, nelle piazze e nelle manifestazioni della natura delle Riforme, di favorire partecipazione e coscienza democratica. Proprio come avvenne a partire dall’estate del 1943. Infatti, prendendo spunto da una considerazione di un oratore dell’ANPI, figlio di un partigiano, in occasione del ricordo della battaglia di Vertosan, in cui precisava che dal punto di vista militare non si era proprio trattato di una “Stalingrado”, riferendosi alla terribile battaglia dove i sovietici riuscirono ad avere il sopravvento sui tedeschi e gli italiani, imprimendo una svolta decisiva alle sorti del conflitto mondiale, ho fatto questa riflessione che lascio alla vostra attenzione: non ci fu qui sulle nostre montagne una “Stalingrado” ma quelle che io chiamerei tante piccole “stalingrado politiche”, in cui anche una parte di valdostani, nonostante gli assassini, le violenze, le distruzioni, il terrore, le torture, la fame, il freddo affermarono con forza la loro ribellione al regime fascista. Mussolini e i suoi seguaci non avevano solo perso la guerra ma avevano perso il consenso: era la fine della dittatura e dell’idea che un uomo solo possa governare il paese! Questa fu la vera sconfitta del regime fascista, al di là della débâcle bellica: la Resistenza intesa come ribellione del popolo alla dittatura!

Questo fu… e resterà il valore assoluto della lotta di Liberazione e della Resistenza! Per questo dobbiamo continuare difendere le Istituzioni repubblicane, la nostra Costituzione democratica e la nostra Autonomia speciale. Mai più una Trois-Villes! Mai più una guerra! Mai più una dittatura!

ANTIFASCISTI SEMPRE!

Buon viaggio Roger!

6 marzo 2014

Domenica 2 marzo 2014, la nostra associazione ha salutato il partigiano Ruggero BOIS, “Binda” appartenente alla 87esima Brigata.

Nato a Villeneuve il 2 giugno 1925, Ruggero Bois è entrato a far parte attiva della resistenza nel luglio 1944. Appartenne al gruppo Arturo Verraz di Cogne con il quale partecipò alle azioni più importanti contro i tedeschi. Dal suo comandante Giuseppe Cavagnet “Plik” fu definito “buon elemento”.
Sempre presente e attivo nelle commemorazioni dell’ANPI.
(in questa foto porta la corona in occasione della commemorazione in ricordo di Aurora Vuillerminaz)

 

Questa l’orazione del consigliere Raimondo Donzel in ricordo di “Binda”, Ruggero Bois

Caro Roger,
Rougi comme nos dyen eun patoué,
a nome dell’ANPI della Valle d’Aosta, porgo le più sentite condoglianze a tua moglie Marisa e ai figli Ennio e Eliana, con i loro cari congiunti e i tuoi adorati nipoti Didier, Sophie, Xavier e il piccolo Denis.
Caro Roger, in famiglia ero abituato a darti del Voi come si usa in patois, ma oggi ti darò del Tu come si usa tra noi dell’ANPI: Ti porgiamo un ultimo saluto, con le umili parole di cui siamo capaci e che seguono quelle ben più appropriate della cerimonia funebre, per ricordare l’importanza del tuo impegno nella lotta di liberazione dal nazifascismo e per l’affermazione dei valori positivi di libertà e della nostra Autonomia. Proprio 70 anni fa, col nome di battaglia “Binda”, a soli 19 anni ti sei trovato coinvolto nella più drammatica vicenda bellica che ha travolto l’Europa e il mondo intero e che ha visto come teatro di battaglia anche le nostre montagne. Sei stato tra i pochi, in quei tempi di orrore e paura, che ebbe il coraggio di sfidare la barbarie del fascismo e dell’invasione nazista, unendoti nel luglio del 1944 alla Banda Arturo Verraz, sotto il comando di Dulo, Giulio Ourlaz. Scelte di libertà, per il bene di tutti, che però spesso si pagavano a caro prezzo, perché durante una rappresaglia fu bruciata l’abitazione del papà Cesare. Hai preso parte attiva ad uno dei più epici episodi della Resistenza valdostana sotto la guida del comandante Giuseppe Cavagnet, “Plik”, che nel luglio del 1944, portò all’occupazione di Cogne e all’organizzazione di quella che sarà ricordata come la Repubblica di Cogne e che resistette fino all’epica battaglia del ponte di Chevril del 2 novembre 1944.
Poi la schiacciante superiorità numerica e militare dei nazifascisti costrinse tutti alla fuga e molti dovettero ripiegare anche in Val d’Isère. A seguito del rastrellamento della Valle di Cogne, tu sei passato nella Valsavarenche dove ti sei unito alla Banda Amilcare Crétier, Comandata dal capitano degli Alpini Remo Chabod, detto Boch, fino alla smobilitazione del 7 giugno 1945.
Dei pochi resoconti scritti di quegli anni resta la memoria del Parere ufficiale del tuo Comandante diretto, il tenente Cavagnet, Comandante Plik che annoterà accanto al nome del giovane Ruggero Bois queste indelebili e imperiture parole: “Buon elemento”!
Nato a ridosso di una terribile crisi economica mondiale, passato attraverso le atrocità della guerra, hai partecipato con la tenacia dei montanari valdostani alla ricostruzione di questa Regione, partendo dalla tua casa, dal tuo amato villaggio di Champlong Dessus, dove hai trascorso tutta la tua vita, legato ai valori della libertà rafforzati dal pensiero autonomista di Emile Chanoux, che spesso ricordavi con ammirazione, anche in tempi recenti quando ancora incontravi i giovani dell’ANPI, perché non andasse disperso, quanto avete costruito. Per questo, nonostante gli acciacchi dell’età eri spesso presente a dare una testimonianza attiva nelle manifestazioni commemorative dell’ANPI, dando un esempio straordinario ai nostri giovani, che sono qui a testimoniarti il loro affetto con le bandiere dell’Associazione. Ti sei battuto anche in tempi recenti perché una martire come Aurora Vuillerminaz, la partigiana Lola, fosse ricordata nelle manifestazioni annuali dell’ANPI. E grazie alla collaborazione tra ANPI e Presidenza del Consiglio Regionale sei riuscito nel tuo intento, contribuendo a tener viva la memoria di come si arrivò con fatica e dolore a conquistare per noi tutti oggi la libertà e l’Autonomia, ridando dignità alla lapide di Lola che è affissa sulle mura di questo cimitero e che ricorda la sua atroce fucilazione, un assassinio che ci lascia tuttora sgomenti. E come tanti partigiani valdostani che ho avuto l’onore di conoscere hai condotto una vita semplice e dignitosa, unendo all’attività di agricoltore, quella di autista del pulmino delle scuole di Villeneuve, o sfrecciando con il tuo camioncino Volkswagen a raccogliere da una stalla all’altra i bidoni del latte da conferire al Caseificio. Hai avuto la fortuna di veder crescere intorno a te i tuoi figli e i tuoi nipoti, che serberanno il ricordo meraviglioso di un nonno che è stato in gamba fino a quando il destino ha segnato l’ultimo istante. Ti ricordo ancora solo pochi mesi fa capace di darmi una lezione di Belote, una delle tue passioni per trascorrere le lunghe giornate della vecchiaia.
Ci mancherai!
Grazie a nome di tutta l’ANPI!
Buon viaggio Roger!

Discorso commemorativo di Raimondo Donzel a Trois-Villes

20 agosto 2012

Sede del comando della 13a Brigata Chanoux a Fonteil de Trois-Villes

Commemorazione delle vittime della rappresaglia a Trois-Villes il 23 agosto del 1944

Trois-Villes, 19 aosto 2012

Care Staffette, Cari partigiani

Caro Sindaco,

Autorità religiose, civili e militari,

cittadine e cittadini,

chers amis valdôtains,

vi porgo il caloroso saluto di tutto il Consiglio regionale, e ringrazio sentitamente il Sindaco e l’Amministrazione di Quart, e il Presidente e l’ANPI regionale che negli anni hanno sempre reso il dovuto omaggio alle vittime e favorito la memoria dei tragici avvenimenti del 23 agosto 1944.

E’ con una grande emozione e commozione che prendo la parola a Trois-Villes, in un sito paesaggistico meraviglioso, ancor più apprezzabile in questa straordinaria domenica di sole che ci fa godere in tutta la sua bellezza la nostra magnifica Valle alpina. Siamo altresì davanti a uno dei più bei monumenti commemorativi della Resistenza, con la lapide posta nel ’54 e il complesso monumentale del ’64. E siamo di nuovo qui, a quasi settant’anni dai tragici avvenimenti dell’agosto ’44, innanzitutto perché non cada l’oblio sulle violenze del regime fascista, sulle atrocità della Repubblica di Salò e dell’invasione nazista e sulla “follia” e crudeltà della guerra. Una guerra mondiale, ma anche tra fratelli europei, tra fratelli italiani e francesi, anche tra fratelli di un stesso nucleo famigliare.

E se da una parte dunque si riaprono le ferite mai rimarginate di una guerra fratricida, e ancora rivive il dolore per la perdita di giovani vite e per i soprusi, le torture, le violenze e per le distruzioni, dall’altra non possiamo non sentire parimenti la gioia della libertà ritrovata e riconquistata.

E’ la nostra storia: una storia fatta di dolore e sofferenza che però ha portato, attraverso la lotta di Liberazione, ad una società, che pur con mille limiti e difetti, è democratica e libera, come mai è avvenuto nei 5.000 anni di storia universale dell’uomo.

Ma vi è anche una ragione personale ad accrescere la mia emozione e commozione. Sono infatti legato a questi luoghi dalle origini della mia famiglia per parte dei bisnonni materni. Mes  racines s’enfoncent dans cette terre et s’étalent jusqu’ici.

Sin da ragazzino mi è giunta l’eco della vicenda terribile di Trois-Villes. Simbolo di tante altre sofferenze sparse in tutta Europa e nel mondo durante la seconda guerra mondiale e che continuano purtroppo non lontano da noi in questo momento in Siria o in Afghanistan e in tanta parte dell’Africa: guerre civili, guerre etniche, guerre separatiste, guerre religiose, che mascherano interessi di grandi gruppi economici e ingerenze non sempre finalizzate al bene comune anche da parte di grandi paesi occidentali liberi e democratici.

La verità non può mai esser sottaciuta; la libertà nella ricerca della verità, la pluralità delle opinioni, il confronto fra sensibilità diverse sono la forza della democrazia contro il pensiero unico del fascismo.

Guai a noi ad immaginare una storia celebrativa della Resistenza che nasconda i fatti, le ombre, gli errori; ma attenzione a non distorcere, sulla base di visioni parziali, il senso di un evento di indiscutibile portata mondiale quale fu la vittoria delle democrazie occidentali alleate con i sovietici sulle dittature nazista e fascista.

Non dobbiamo dunque nasconderci che la distruzione totale dei villaggi di Trois-Villes fu vissuta con molta amarezza dalla popolazione contadina, che anche nel dopoguerra non risparmiò le critiche alla condotta della banda partigiana, la 13a Brigata Chanoux, che operava al comando di Silvio in questa zona.

Ma ecco dunque il cuore del mio messaggio odierno per una profonda e sentita commemorazione del 23 agosto ’44: solo con la liberazione dal nazifascismo, solo con la libertà, solo con la conquista dell’Autonomia gli abitanti di Trois-Villes e noi abbiamo potuto liberamente esprimere il nostro sentire profondo; abbiamo potuto e possiamo gridare la nostra verità. Basta con i sabati fascisti, basta con l’obbligo della camicia nera, basta con le piazze gremite a forza o col timore del manganello e dell’olio di ricino o della perdita del posto di lavoro. Oggi chi è qui, lo è liberamente; e chi non è qui, perché ancora sente come una ferita aperta l’incendio di Trois-Villes, lo può fare in virtù della libertà che fu riconquistata. E come liberamente possiamo parlare, così liberamente si può fare ricerca storica. Trois-Villes fu dei fascisti, fu distrutta dai nazifascisti ma dopo la liberazione non fu dei partigiani: è dei suoi abitanti che, nelle forme democratiche previste dalla Costituzione, ne determinano il futuro. E consentitemi di dire che possiamo ammirare le splendide opere di bonifica del territorio e gli impianti di irrigazione che consentono l’utilizzo economico di questi difficili territori di montagna.

Durante il fascismo e durante la repubblica fantoccio di Salò, non c’erano libertà di parola, di pensiero, di ricerca; e neppure esisteva la nostra Regione Autonoma e la possibilità di studiare il francese a scuola e parlarlo per la strada con gli amici. Notre identité de peuple valdôtain venait d’être anéantie et elle ne se manifestait que dans la clandestinité. La nostra identità secolare di piccolo popolo francofono di montagna, insediato all’incrocio di tre grandi aree politico/culturali distinte, con cui abbiamo sempre mantenuto profondi e proficui contatti ma anche una evidente distinzione, era repressa e forzatamente asservita all’idea folle di un’astratta nazione e razza.

Dunque non vi sia nessun timore a ricordare che vi fu una trattativa, purtroppo fallita, fra il Maggiore repubblichino Manfredi e la banda partigiana 13a Chanoux nei giorni che precedettero il vile assalto alle case contadine, in violazione ad ogni norma e condotta di un esercito regolare all’interno del proprio paese. E che questa trattativa per la liberazione di due militi fatti prigionieri dai partigiani, non riuscendo a concludersi, fu interrotta anzitempo, prima dell’ultimatum delle ore 16 del 24 agosto, dall’attacco congiunto di reparti tedeschi, giunti probabilmente a vendicare una incursione nella Valpelline, e di militi repubblichini del Battaglione Montebello saliti da Nus e moschettieri delle Alpi saliti da Quart.

Nella vulgata del villaggio si affermò l’idea della eccessiva fermezza e durezza del comando partigiano. Non vogliamo certo negare questa versione dei fatti; è una parte fondamentale del racconto. Ma la storia non è fatta di se. Se i partigiani avessero ceduto, allora i villaggi non sarebbero stati  bruciati. Se non si fosse opposta resistenza alcuna, non vi sarebbero state vittime. La storia racconta anche che molti ebrei tedeschi che non opposero alcuna resistenza al regine nazista furono barbaramente trucidati. Pertanto restiamo ai fatti, e proprio alcuni fatti vanno richiamati all’attenzione.

Senza aver la presunzione di tenere in una breve commemorazione una lezione di storia va ricordato il contesto storico. L’estate del ’44, con lo sbarco in Normandia del 6 giugno e l’avanzata sovietica ad est, suscita speranze straordinarie sulla imminente fine del conflitto. Ne sono testimonianza non soltanto l’attivismo partigiano in Valle d’Aosta, ad esempio la Valtournenche è tutta sotto il controllo dei partigiani di Tito; ma anche la rivolta di Varsavia, scoppiata il primo agosto che fu soffocata nel sangue dopo due mesi di battaglia, dove la popolazione civile schiacciata tra due fuochi visse l’inferno e fu poi deportata. La rivolta durò dal 1 agosto al 2 ottobre; costò ai difensori 15.000 morti, su 40.000 uomini dell’Esercito clandestino, e 200.000 furono le vittime fra il milione di abitanti di Varsavia. Uno sterminio. Anche la rivolta di Varsavia è una vicenda molto controversa, che resterà sempre oggetto di discussione nell’ambito della seconda guerra mondiale.

In quei giorni, il 19 agosto, arrivava anche la notizia dell’insurrezione di Parigi, dove il 24 entreranno gli Alleati.

In tutta Europa cresceva la ribellione al nazismo e al fascismo. Ma la guerra doveva durare ancora e a lungo. Tanto che proprio ad agosto il regime nazista accelerò la soluzione finale nei campi di concentramento e stermino. Milioni di uomini, donne, bambini di origine ebrea, ma anche popolazioni delle regioni orientali europee occupate ritenute “inferiori”, inclusi quindi prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, nazioni e gruppi etnici quali Rom, Sinti, Jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, e omosessuali, malati di mente, portatori di handicap furono condotti nelle camere a gas, nei forni crematori, nelle fosse comuni, nelle cataste da ardere.

Questo il quadro storico. Qui a Nus e Quart dove avvenne la tragedia, grazie all’autorevole testimonianza di Don Pramotton, mirabile figura di curato che si distinse in quei giorni per salvare la popolazione e alleviarne le sofferenze, possiamo capire chi si fronteggiava.

Egli dice espressamente del Maggiore repubblichino Manfredi ch’era furibondo, irragionevole, intrattabile. E quando il parroco arriva alla caserma a visitare i prigionieri dei fascisti sente le grida: “Cani di valdostani!”, e i colpi delle botte che si abbattono sulle vittime. “I prigionieri dei fascisti sono malconci e terrorizzati da far pietà a un cuore di pietra” puntualizza. Mentre visitando i due prigionieri nella mani dei partigiani, Don Pramotton afferma: “Essi mi incaricano di dire ai loro superiori che sono sempre stati trattati con tutti i riguardi dai ribelli.”  Ma questo non bastava certo ai fascisti che impongono un durissimo coprifuoco: fino a 24 ore su 24, mettendo a repentaglio la vita di tutti e dei loro animali. Il Parroco chiede l’autorizzazione di portare latte almeno ai bambini. Don Pramotton afferma: “(il Maggiore) mi dà questa risposta che trascrivo letteralmente perché non venga dimenticata: – Crepino anche loro (i bambini) come tutti gli altri!”

Non siamo qui a celebrare le gesta di Davide contro Golia. Ma qualsiasi ricostruzione storica non può ignorare che nella tragicità del conflitto, con tutti i limiti e gli errori commessi e che non vanno sottaciuti, una parte, quella degli Alleati e della Resistenza, lottava per riportare la libertà e un’altra perseguiva un disegno mostruoso per il predominio di un uomo sull’altro e di una razza sul pianeta.

Mentre i repubblichini festeggiano, si contano i morti: sono per fortuna pochi dice il parroco che aveva visto con trepidazione insieme agli abitanti di Nus e di Quart alzarsi le terribili fiamme e le enormi colonne di fumo che avevano inghiottito i tre villaggi; ma un tributo di sangue che gli abitanti non hanno mai dimenticato e fanno bene a non dimenticare mai e noi dobbiamo contribuire a ricordare: Barrel Eusebio, Désandré Pietro, Foretier Dujon Tommaso, Martinet Roberto, perché  il vostro sacrificio non fu invano. La lapide su cui sono incisi i vostri nomi non sarà cancellata finché l’ANPI e le Amministrazioni democratiche e i cittadini le renderanno il dovuto omaggio.

Anche Hiroshima e Nagasaki e la città di Dresda ci ricordano che la follia della guerra non risparmiò dagli errori neanche le truppe Alleate, in modo tragico come nella mancata trattativa di Trois-Villes. Ma solo la vittoria sotto le insegne della libertà ci permette di vedere oggi gli errori, col senno di poi, con la lucidità di chi sta in poltrona a fumarsi la pipa, di comprendere i limiti dell’umanità tutta. E consente di tracciare una nuova strada ai popoli liberi. Una strada difficilissima da percorrere proprio in questi tempi resi duri e “cattivi” da una crisi economica straordinariamente profonda.

Ritroviamo dunque nella libertà, grazie alla libertà, i valori della giustizia sociale e della solidarietà; la capacità di aiutarsi l’un l’altro come fece don Pramotton con la gerla in spalla girando tra le case la sera del coprifuoco a distribuire alla gente affamata un po’ di pane e della fontina che aveva mendicato nelle vie di Aosta.

Mai più una Trois-Villes. Mai più una guerra.

Per questo dobbiamo difendere le Istituzioni repubblicane, la nostra Costituzione democratica e la nostra Autonomia speciale.

E dichiararci senza esitazione alcuna:

ANTIFASCISTI SEMPRE!

Discorso commemorativo di Mariella Herera a Issime

20 agosto 2012

Luglio 1944 – luglio 2012

Sono iscritta da una quindicina di anni all’Anpi in qualità di patriota, come era in uso fino a qualche tempo fa, in quanto i suoi aderenti erano quasi esclusivamente ex partigiani….Poi, il tempo che scorre, che inesorabilmente chiude con i più anziani, ma soprattutto che ci fa toccare con mano quanto la Libertà non sia una conquista ottenuta una volta per sempre, ma un valore da difendere giorno per giorno, ha voluto che oggi io sia iscritta in qualità di “antifascista”. Può sembrare un fatto solo formale, ma corrisponde invece ad un passaggio ideale tra l’Anpi dei partigiani, come Masini, Gaspard, Zancanella e tanti altri ad un organismo, da loro stessi fortemente voluto ed incoraggiato nel quali tutti i cittadini democratici potessero riconoscersi.

Il compito di questa mia generazione è stato ed è quello di passare alle generazioni più giovani il testimone che noi abbiamo ricevuto dai protagonisti di quel periodo.

Chissà com’era il tempo, in quei giorni di luglio del 1944. Quello delle bande partigiane sicuramente migliore, dopo i lunghi mesi invernali e primaverili. Ai primi e pochi resistenti che, dopo l’8 settembre, avevano compreso subito che la guerra non era affatto finita, si erano aggiunti via via i giovani che, richiamati alle armi dai bandi di Salò, avevano risposto no. Per scelta politica, ideologica ? Perché un partito glielo ordinava ? Ma quale partito, se ne esisteva solo uno, quello fascista ? Forse era solo paura, mista a qualcosa di innato, da queste parti: la difesa del proprio territorio, della propria casa, del proprio villaggio ed una grande voglia di pace.. La risposta più semplice, immediata era stata per molti il dire no. No agli ammassi, no alle requisizioni, no al coprifuoco, no agli arresti. Si era capito poi subito che scappare e rifugiarsi in montagna non sarebbe bastato. Ecco allora il lungo periodo dei colpi di mano, degli attacchi alle pattuglie ed alle caserme, alla ricerca disperata delle armi e ai primi tentativi di organizzare una struttura che tenesse insieme le persone e desse loro speranza e fiducia in un domani che sarebbe stato diverso e migliore.

Era l’estate, quell’estate del 1944, quando le formazioni partigiane si trovavano ad essere gonfie di uomini ma anche povere di armi. Uomini che avevano vent’anni o giù di lì.

Cosa volesse dire avere vent’anni nel 1944, per noi credo rimarrà sempre un mistero.

Per noi che seguiamo spaventati le borse e lo spread che sale e che scende portandosi dietro le nostre paure e le insicurezze di perdere tutto.

Ecco, forse ci servirebbe, oggi sabato 28 luglio 2012, pensare cosa volesse dire sentire il rumore di un camion in un villaggio della valle del Lys; un camion che voleva dire brigate nere, o tedeschi arrivati chissà da dove. Un camion da cui potevano scendere degli uomini con le divise nere che bruciavano, portavano via viveri o rubavano cose. Perché i più forti erano loro.

Cosa volesse dire per un abitante di un villaggio essere preso, legato, portato a Ponte San Martino (anche la nostra lingua avevano costretto a rinnegare) come ostaggio per diversi giorni con l’incubo di finire fucilato in caso di qualche azione partigiana è una cosa che noi possiamo solo immaginare, o forse neanche.

Avevano 20 anni, quei ragazzi, ed erano destinati a crescere in fretta, anche troppo, forse.

Teste calde, potrebbe dire qualcuno, che avevano però chiaro che l’Italia di Salò non li rappresentava e che i tedeschi a casa loro non li volevano. Una cosa semplice, da cui ne sarebbero derivate poi altre. Sarebbero nate qui, anche se non lo si sapeva ancora, parole che oggi ci piace ancora pronunciare a voce alta e con orgoglio: Costituzione, Autonomia. Parole che ci ostiniamo a scrivere con la lettera maiuscola, quella usata per le cose importanti.

Noi qui oggi ricordiamo dei fatti di 68 anni fa. E’ un tempo enorme, per i nostri ritmi tutti basati sul presente, sull’adesso e subito e qualcuno potrebbe ancora chiedere:- Perché ricordare ancora dopo tanto tempo ?-.

Ci sono tante risposte a questa domanda: una, semplice, è che ce lo chiedono loro, i nomi dei caduti che urlano dalle lapidi a volte ignorate. Ci dicono che quello che hanno fatto, tanti anni fa, ci permette ora di essere qui oggi, liberi.

Un’altra risposta è venuta dalla cronaca di questi giorni: sabato 14 luglio 2012, Pieve Saliceto, frazione del comune di Gualtieri, nella bassa reggiana. Giovanni Iotti, capogruppo del Pdl nel consiglio comunale, ha proposto di intitolare l’ex scuola a Benito Mussolini, in quanto maestro elementare che vi insegnò tra il 1900 ed il 1904.

Naturalmente il sindaco di Gualtieri ha bocciato immediatamente l’iniziativa, che però ci deve far riflettere.

Quando l’ignoranza si abbina con la stupidità la miscela può diventare esplosiva, come la storia ci ha dimostrato molte volte. Proprio qui, ad Issime, è toccato ai fratelli Jona conoscere dove portasse la strada disegnata ed indicata dal cavaliere Benito Mussolini: ai forni di Auschwitz..

Si parla molto di revisionismo storico, come di una marmellata indefinita che chiunque può spalmare su qualunque superficie; quando la memoria svanisce, non si distingue più la giustizia dall’arroganza, la libertà dall’ignoranza colpevole, il massacratore dal ribelle.

Ecco perché oggi è giusto essere qui ad Issime dove nel luglio del 1944 partigiani valdostani e biellesi di formazioni con origini e orientamenti politici differenti lottarono insieme, per liberare territori sempre più vasti dai nazifascisti.

Scriveva Norberto Bobbio nel 1965 ” …effettivamente l’Italia non è diventato quel paese moralmente migliore che avevamo sognato: la nuova classe politica, salvo qualche rara eccezione, non assomiglia in nulla a quella che ci era parsa raffigurata in alcuni protagonisti della guerra di liberazione, austeri, severi con se stessi, devoti al pubblico bene, fedeli ai propri ideali, intransigenti, umili e forti insieme, anzi ci appare spesso faziosa, meschina, amante più dell’intrigo che della buona causa, egoista, tendenzialmente sopraffattrice, corrotta politicamente se non moralmente e corruttrice, desiderosa del potere per il potere.”

Chissà cosa avrebbe potuto scrivere oggi !

Ma a chi gli parlava di resistenza tradita ed esaurita, Bobbio replicava preferendo il termine di “ Resistenza incompiuta… propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma ciononostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento. “

Un modo chiaro per dire a tutti, per dirci, cosa significhi oggi essere antifascisti.

Discorso di Nedo Vinzio per il 25 Aprile a Verrès

3 maggio 2012

Il discorso del vicepresidente regionale dell’A.N.P.I. Nedo Vinzio, in occasione della celebrazioni per il 25 Aprile di quest’anno a Verrès.

Cittadine e cittadini, signori sindaci, autorità militari, rappresentanti delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma, rappresentanti degli ex internati nei campi di concentramento nazisti;

ringrazio il sindaco di Verrès, Luigi Mello Sartor, per il saluto che ci ha appena fatto in questa piazza e ringrazio tutti voi, qui convenuti per questa 67a celebrazione del 25 aprile.

Lo scorso anno, in questo giorno ricordavamo anche i 150 anni dell’unità d’Italia, che era stata festeggiata il 17 marzo precedente.

È stato un anno denso in quella ricorrenza, che ha permesso a tutti noi di ricordare le origini della nostra unità nazionale: il Risorgimento, ma anche la carta fondativa della Repubblica, la Costituzione nata dalla Resistenza, che guida da 64 anni il nostro agire di cittadini.

Oggi è però doveroso chiederci perché è ancora importante incontrarci in questa, come in molte altre piazze di questa Regione e d’Italia. Questa non deve essere e non è una domanda retorica.

Il presidente nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia nella sua relazione all’ultimo Consiglio Nazionale del 31 marzo e 1° aprile scorsi, relativamente al concetto da più parti auspicato nel corso di questi ultimi anni di fare avanzare la“memoria condivisa”, ha avuto modo di affermare concetti che personalmente mi sembrano rispondere alla domanda.

Scrive Carlo Smuraglia: Sulla Resistenza, è in atto da molti anni un’ondata di negazionismo, revisionismo e addirittura di “revanscismo”, per usare la icastica definizione di uno storico; si continua a negare il valore della guerra di liberazione, limitandola ad una “guerra civile”; si nega al 25 aprile il valore di Festa nazionale e addirittura si arriva a proporne l’abolizione come festività. E non parliamo del furibondo attacco alla Costituzione che in mille forme si è esplicata, da tanti anni, dapprima con la svalutazione e lo svuotamento, poi con la disapplicazione, ed infine con proposte di modifiche a dir poco incredibili; tant’è che un costituzionalista ha potuto intitolare un suo libro in modo significativo “L’assedio, la Costituzione e i suoi nemici1.

Ed allora, di che cosa parliamo, se ne mancano tutti i presupposti e sono in troppi da un lato a richiedere la “memoria condivisa” e dall’altro a fare il possibile perché essa sia irrealizzabile?

Lo storico Giovanni De Luna, in un suo recente libro, fa riferimento a quel patto “minimo” che dovrebbe esistere in ogni Paese civile, circa le fondamenta della nazione, un patto attorno al quale si dovrebbe costruire la convivenza civile e le sue espressioni storiche, i monumenti, le lapidi, le festività, gli insegnamenti nelle scuole e così via.

Ma questo patto “minimo”, da noi, non si è mai realizzato; ed è davvero grave che neppure questo sia stato possibile, se non sotto un unico profilo, che è quello del tentativo di mettere sullo stesso piano i combattenti per la libertà e quelli per la dittatura e l’occupazione straniera.

A questo gioco non possiamo starci. E tuttavia, dobbiamo continuare ad insistere perché il Paese faccia i conti con la propria storia, con lealtà e chiarezza, e divenga finalmente possibile almeno la realizzazione di quel patto minimo di cui parla De Luna.

Fare i conti con la storia, vuol dire insistere con convinzione nel ricordare che la Resistenza non fu guerra civile di italiani contro italiani, come, in Spagna nel 1936, si era avuto uno scontro di spagnoli contro spagnoli, ma fu invece la lotta tra combattenti italiani e soldati contro gli invasori tedeschi ed i loro collaboratori repubblichini. Fu un momento esemplare in cui si combatterono i difensori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale contro gli adulatori della tirannia. Ciò va detto e ripetuto sempre; senza timore di cadere nella retorica resistenziale.

Concedetemi però anche una breve digressione. Pure se non è mia intenzione dare una ricostruzione storica dei fatti e dei protagonisti del secondo dopoguerra, voglio semplicemente affermare che fare i conti con la propria storia significa anche ricordare quel che è avvenuto dopo la guerra di liberazione, con il tentativo di colpo di stato Borghese e con i lunghi anni del terrorismo e delle stragi che continuano a non trovare colpevoli: dopo Piazza Fontana a Milano, anche l’assoluzione di tutti gli imputati intervenuta con la sentenza di Piazza della Loggia a Brescia del 14 aprile scorso riapre una ferita nella carne viva di tutti gli antifascisti e i democratici e ricorda dolorosamente a noi tutti le anomalie di una democrazia non pienamente compiuta.

Ancora oggi a distanza dal 25 aprile del ’45 è quindi importante trovarci qui non solo a ricordare i tragici eventi del 1943-45, i lutti che quel periodo ha lasciato e il buio del ventennio che li precedette, la differenza incolmabile e indimenticabile tra chi stava dalla parte della libertà e chi dalla parte della tirannia, ma anche per testimoniare, come ha avuto modo di scrivere il Presidente Napolitano nel suo libro “Una e Indivisibile”, quello che gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.

Questa, a ben pensarci, è la ragione di fondo per la quale, persone di diverso orientamento politico e religioso ma di uguale convinzione antifascista determinate a non mollare mai, sentono il bisogno di ritrovarsi nel giorno della festa della Liberazione.

Per ciò che ha rappresentato la guerra di Liberazione ma anche perché in questo momento cruciale della vita della nazione c’è bisogno che le cittadine e i cittadini, tutti noi, mettiamo in campo le migliori risorse di cui disponiamo nell’interesse collettivo, per costruire e consolidare quel sentimento minimo di comunanza che solo ci consentirà per l’appunto di superare questi momenti difficili.

Il ricordo! Il ricordo si costruisce anche per stratificazione e per passaggio di conoscenze da chi quell’epoca, quegli eventi li ha vissuti direttamente a coloro i quali sono venuti dopo. Chi li ha conosciuti attraverso il vissuto familiare: io, come molti di noi, abbiamo conosciuto la Resistenza dai ricordi del padre o di altri familiari; ma anche attraverso le memorie dei compagni e degli amici che sono ancora qui e che ancora ci raccontano di quei momenti ormai lontani.

Ma la memoria si trasmette naturalmente anche attraverso la scuola. Ricordavamo lo scorso anno in questa piazza e in questa ricorrenza del 25 aprile come la scuola, tanto criticata durante la troppo lunga stagione che, è bene ricordarlo, è passata da pochi mesi – ricordiamoci che il governo Monti si è insediato solamente il 16 novembre scorso: 5 mesi fa – costituisca, la scuola ribadisco, un baluardo insostituibile per il mantenimento della memoria collettiva.

E questo pone oggi innanzi a noi tutti un altro compito, forse ancora più importante benché non semplice. La sfida è spiegare, ai più giovani soprattutto, perché i valori della Resistenza – che pure non è stata un blocco monolitico ma un movimento fatto da uomini e donne diversi tra loro – siano ancora oggi il motore e il sale della democrazia. Spiegare i valori e le speranze significa restituire senso alla Resistenza, dando concretezza a quei principi di antifascismo, libertà, democrazia che ne costituiscono il nucleo unitario più vitale.

Oggi viviamo in uno stato libero perché qualcuno ha pensato a questo prima ed è importante ricordare che chi ci ha pensato allora – ed erano in gran parte giovani sui vent’anni – non aveva mai vissuto in libertà, men che meno in democrazia.

Solo ascoltando il racconto dei più anziani si capisce cosa sono state la dittatura, la guerra, la privazione delle libertà; solo dai loro racconti i più giovani possono apprezzare cosa sono e quanto valgono la democrazia, la pace e la prosperità, anche e soprattutto in momenti difficili e gravi come quelli che stiamo vivendo.

Il 25 aprile 1945 segnò l’apice del risveglio della coscienza nazionale e civile italiana impegnata nella rivolta contro gli invasori e come momento di riscatto morale di una importante parte della popolazione italiana dopo il ventennio di dittatura fascista.

Per questo possiamo dire oggi che il 25 aprile è la Festa del popolo che si identifica nei valori della Resistenza: unità, libertà e antifascismo.

Perciò possiamo dire anche che con la liberazione dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista – frutto del sacrificio di tanti giovani ragazzi e ragazze che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (dai comunisti ai militari monarchici, passando per i gruppi cattolici, socialisti ed azionisti), si chiamavano con un solo nome: partigiani! – possiamo perciò dire che la Resistenza e il 25 aprile rappresentano anche il momento nel quale il popolo italiano ha ancorato nella storia i tratti fondamentali della propria identità di stato moderno e democratico.

Una democrazia che si fonda sulla pace, sulla partecipazione dei cittadini, sul lavoro, sulla giustizia sociale, sul rispetto della persona umana e dei suoi diritti, sul rifiuto di ogni discriminazione sociale, razziale, politica e culturale, sull’uguaglianza nei diritti e nei doveri.

Per concludere fatemi ancora dire che è importante, che occorre che noi ricordiamo sempre come la stessa storia dell’Italia repubblicana si fondi completamente nell’esperienza dell’antifascismo che Piero Calamandrei definì “quel monumento che si chiama ora e sempre Resistenzae che Sandro Pertini indicò come “un secondo Risorgimento i cui protagonisti furono le masse popolari.

Per questo ancora oggi la memoria di quei fatti che chiamiamo 25 aprile è essenziale per noi, per i nostri figli e per le generazioni a venire, per questo Paese insomma.

Viva la Resistenza, viva l’Italia, viva l’Europa unita, viva la Pace.

Michele Ainis

Il discorso di Raimondo Donzel per il 25 Aprile a Champdepraz:

28 aprile 2012

 

Il discorso di Raimondo Donzel per le celebrazioni del 25 Aprile a Champdepraz:

Care Staffette, Cari partigiani

Caro Sindaco,

Autorità civili e militari,

cittadine e cittadini,

è bello ritrovarsi come ogni anno a celebrare il 25 aprile! Constatare che siamo così numerosi intorno alle staffette e ai partigiani che per 67 anni hanno dovuto lottare per difendere la memoria del 25 Aprile. Dopo il coraggio e l’abnegazione della lotta di liberazione dal ‘43 al ‘45, con altrettanto coraggio e abnegazione stanno resistendo ai revisionismi, alle polemiche, anche quelle più sciocche e futili per rovinare o oltraggiare la Festa, ai continui tentativi di “ridimensionare” l’importanza “fondativa” del 25 aprile perla Repubblica.

La Regione Autonoma Valle d’Aosta è stata insignita della Medaglia d’Oro al valor Militare per la sua attività nella lotta partigiana: è quindi un dovere per le sue Istituzioni rendere omaggio ai martiri, ai partigiani, a quella parte di popolo che non si piegò e non servì il nazifascismo. Un dovere che per i presenti è anche piena condivisione dei valori di libertà, democrazia, giustizia sociale, solidarietà e pace espressi dalla Resistenza. Valori che si saldano in un forte senso dell’Etica pubblica. E per noi valdostani anche del valore dell’Autonomia. Grazie alla lotta partigiana, da Provincia di Aosta siamo diventati Regione Autonoma.

E quello che oggi mi riempie il cuore è vedere, al fianco delle nostre staffette e dei nostri partigiani, mamme con i bimbi in braccio e maestre con i loro alunni che sventolano le bandiere della pace. Uno straordinario messaggio di educazione civica espresso dalle donne. Le donne che hanno faticato a veder riconosciuto il loro ruolo nella lotta di liberazione e che la recente storiografia ha fatto emergere invece come fondamentale. Donne che oggi sono punto di riferimento dell’ANPI regionale e a cui va ascritto il merito del grande successo organizzativo del 25 aprile.

Siamo qui per non dimenticare quei ragazzi come lo studente Antonio Brancati che fu condannato a morte a soli 23 anni. Le sue ultime parole parlano per tutti:

Carissimi genitori,

non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia.

Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria.

Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti.

Se muoio, muoio innocente.

Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo.

[…] Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa.  

Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata.

Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà

[…] Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata.

Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo.

Ricordatevi sempre di me.

Un forte bacione

Antonio”

Ma non dimenticare significa anche portare un rispetto quotidiano ai martiri e agli antifascisti. Rispetto fatto di impegno per difendere la libertà, la democrazia e l’autonomia che ci sono state donate con il sacrificio di tante giovani vite.

E credo che le parole di Don Luigi Ciotti abbiamo l’autorevolezza per indicarci la strada da seguire: “La crisi economica in atto non può essere affrontata solo con rimedi economici perché è innanzitutto una crisi etica e culturale. Una crisi di giustizia sociale. E di una politica che ha tradito la sua funzione di servizio alla comunità.”

Non basta, però, chiamare in causa solo il ceto politico. Quelle della politica sono, infatti, colpe da cui non possiamo ritenerci esenti. L’attuale degenerazione etica non sarebbe stata possibile senza un più generale ritiro dall’impegno senza gli eccessi di delega, senza un’interpretazione avara del nostro ruolo di cittadini.”

Quindi occorre mobilitarsi, traendo forza e ispirazione dai valori della Resistenza e del 25 aprile!

Antifascisti SEMPRE!

Discorso di Alessandro Pollio Salimbeni per il 25 Aprile di Aosta

28 aprile 2012

foto tratta da Aostasera.it

Il discorso del vicepresidente nazionale dell’ANPI Alessandro Pollio Salimbeni per il 25 aprile in piazza Emile Chanoux ad Aosta:

Celebriamo il giorno della Liberazione come una delle date fondative della Repubblica Italiana.

Permettetemi di dirlo con un di più di orgoglio e di partecipazione, dal momento che in questa piazza e in questa città la mia famiglia ha dato un contributo diretto a quei giorni e a quelle scelte che hanno segnato il riscatto e il nuovo inizio di una grande storia nazionale.

Ma – al di là delle ragioni personali – Resistenza e Liberazione, Repubblica il 2 giugno, Costituzione dal 1 gennaio 1948 sono i tre pilastri sui quali fare affidamento ogni giorno della nostra vicenda storica e politica per trovare in essi valori, obiettivi, energie per costruire un Paese all’altezza delle aspirazioni e dei bisogni di tutti i cittadini.

Il senso del 25 aprile è questo: dalla difficile scelta della Resistenza alla Liberazione del Paese nasce una spinta che deve durare nel tempo. Per questo è stata osteggiata, talvolta nascosta, sempre discussa, per la sua forza trainante, per il richiamo costante al fatto che – certamente in contesti più ampi – dal nostro impegno nasce il nostro sviluppo, il nostro futuro.

E questo vale tanto di più nelle difficoltà attuali, dalle quali – si continua a dire e diciamo anche noi oggi – non si esce solo con il freddo taglio che segue ad anni di irresponsabile sottovalutazione e dissipazione delle risorse pubbliche ma soltanto con la ripresa di politiche pubbliche nel campo economico, industriale e sociale. Insomma, non ripercorrendo strade – certo più decenti, certo più etiche, certo più adeguate a quell’onore delle funzioni pubbliche cui ci richiama la Costituzione – ma costruendone di nuove.

Sacrifici? Certo, se necessari e se proporzionali al reddito e alle responsabilità di ciascuno. Equità? Sicuramente, perché ci sono tanti che anche negli anni scorsi hanno pagato prezzi duri alla crisi che non è di oggi (oggi si chiamano “esodati” e la brutta parola non fa che sottolineare il fatto che si tratta di vittime di scelte fatte sulla loro testa e la loro pelle). Rigore? Naturalmente, dopo aver visto per troppo tempo l‘esibizione delle superricchezze (e di un po’ di supercafoni, che si accompagnano sempre), a partire dalla giusta repressione dello scandalo dell’evasione fiscale.

Ma tutto questo chiede tanta, nuova e buona politica. Viva i professori, se ridisegnano un profilo di serietà e autorevolezza, di cui siamo stati sprovvisti per molto tempo. Ma viva la vita normale, quella un po’ lontana dalle aule universitarie e dai convegni internazionali: e la politica torni ad essere voce e corpo della vita normale. Anche su questo aspetto vorremmo un po’ più di attenzione e rigore: si sentono toni e parole che nemmeno nascondono una antica pulsione contro la politica: si sappia che tutte le avventure di destra sono iniziate così. Non si può non vedere che in tanti partiti si sono depositati fatti scandalosi, comportamenti delinquenziali, personaggi di profilo quando va bene dubbio – e va molto peggio, come sappiamo. E però non è giusto mettere tutto e tutti nello stesso sacco: distinguere, giudicare i fatti, guardare alle differenze, non solo per colpire meglio le responsabilità ma anche per colpire bene le responsabilità che invece appartengono a tutti, iniziando dal senso di superiorità e di separatezza (in questo certo da casta), di privilegio che non si possono accettare.

E non si può nemmeno tacere il fatto che tutto ciò esplode dinanzi al fatto delle troppe figure scialbe o addirittura del tutto fuori posto, quando non offensive, che da tempo hanno iniziato a popolare le stesse aule istituzionali. Ci vogliamo chiedere come mai questi temi non colpivano il sentimento popolare quando il personale politico era simboleggiato dai Moro e dai Nenni, dai Berlinguer e dai La Malfa?

Non è nostalgia, non è rimpianto, non siamo quelli per cui “non ci sono più le stagioni di una volta”!

Il punto è che quel personale politico aveva ancora – nelle ampie differenze ed anche nello scontro politico perfino più intenso (certo più serio) di oggi (un rapporto diretto, intellettuale – civile – morale prima ancora che personale) – con la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo.

Questo ci dice che non si nasce antifascisti, democratici, ma lo si diventa. Con la fatica della realtà, dell’impegno, dello studio; con la sensibilità del guardare alle condizioni materiali; con l’orgoglio di non accettare verità supreme imposte col principio della autorità; con tutto questo si reagisce, si mette in discussione lo stato del cose presenti, si prepara un futuro diverso.

Per questo non siamo d’accordo con chi dice che ormai antifascismo e Resistenza vanno consegnati alla storia. Naturalmente è vero, 67 anni sono molti nella vita di un Paese, oltre che delle persone. E’ vero anche, però, che da noi (per la verità anche in altri paesi d’Europa) ci sono tracce pesanti, continua l’alimentazione di miti e la presenza di forze apertamente politiche e apertamente fasciste. In Italia, in Germania, Francia, Olanda, GB, oggi perfino nel governo dell’Ungheria, ci sono gruppi, sedi, siti esplicitamente fascisti e nazisti, che fanno circolare propaganda razzista e xenofoba e tentano una penetrazione nei quartieri popolari, facendo leva sul disagio sociale, mascherandosi dietro attività “culturali”, un po’ dappertutto ed anche qui in Valle.

Proprio perché siamo consapevoli della crisi democratica che stiamo attraversando, pensiamo si debba rilanciare una duplice prospettiva di sviluppo.

La prima è più Europa. Non quella dei banchieri, di chi pensa che tagliando le risorse si raddrizzi l’economia: essa si raddrizza se le persone concrete sono in grado di vivere oggi e costruire un futuro, come da Keynes in poi dovrebbero aver imparato tutti. Non quella di freddi poteri tecnocratici e universitari: servono, indubbiamente, ma hanno il loro tempo e il loro spazio. Invece, pensiamo alla Europa che si fonda su procedure democratiche e partecipative, su cessione di sovranità anche nei campi più delicati, dal fisco alla politica estera e di difesa, che sostenga ampie iniziative nella formazione e nello sviluppo economico e industriale, sulle autonomie – così compresse in questi anni e ad ulteriore repentaglio con i recenti provvedimenti fiscali. Rilanciamo da qui – dopo alcuni anni di delirio federalistico che mascherava scelte di aspro centralismo – la Carta di Chivasso, con la quale Emilio Chanoux ebbe, con gli altri sottoscrittori, la visione lunga di una diversa fondazione dello Stato repubblicano, parallela e coerente con l’impianto unitario che fu poi della Costituzione e con la altrettanto lungimirante visione europeistica di Altiero Spinelli.

La seconda è una nuova fase della democrazia in Italia: i 150 anni non sono stati solo una celebrazione. Occorre rafforzare sia le procedure per le decisioni –con modalità che altri Paesi sperimentano da tempo e che si fondano sulla più completa informazione, la valutazione dei dati oggettivi dei problemi e soprattutto l’idea che discutere arricchisca e renda consapevoli: se la TAV in Francia (e non solo) procede è perché i cittadini e i comuni sono soggetti e non oggetti – sia il ruolo e l’importanza dei corpi intermedi (art. 2 della Costituzione).

Su questo vediamo invece insofferenza, per la mediazione, per la ricerca faticosa e paziente della costruzione di punti di arrivo condivisi. Attenzione, è anche il segno delle confuse idee e decisioni in ordine alle riforme istituzionali ed anche elettorali e questo va detto sia a destra che a sinistra, con differenze non banali sul contorno ma non sulla sostanza. Da qui sono nate le teorie e troppe “riforme” (in cui pesano più le virgolette della parola), via partiti, sindacati, associazioni. Solo il capo, il leader e la folla che applaude – può essere folla di pubblico come allo stadio oppure atomizzata dinanzi alla tv oppure ancora la folla “moderna” di Internet che qualche “capo” moderno evoca o bastona a suo piacere (altro che democrazia: dal comico al tragico,. Si potrebbe dire).

Guardate i gesti, pesate i linguaggi, valutate le parole che si usano: che Italia ci si aspetta, così? E allora ci permettiamo un severo monito alla responsabilità, prima che ci sia lo sciopero del voto, segnale di allarme grave quanto se non più della malattia.

Antifascismo è Repubblica e Costituzione, cioè il terreno comune di rispetto reciproco, di regole comuni a tutti, di attenzione a cose e persone che non sono eguali. Eguali nei diritti e nei doveri: qui sta il fondamento della convivenza civile e della libertà. E tutti noi siamo qui per questo e per testimoniare un impegno comune e permanente che ogni 25 Aprile vogliamo rinnovare nelle piazze, nelle strade delle nostre città e – ci auguriamo – nella coscienza di donne e uomini, giovani e anziani, che sono la vera forza, la vera garanzia del Paese, della sua libertà, della sua felicità.

Aosta | L’orazione di Andrea Lamberti per il 25 aprile

7 maggio 2011

Andrea Lamberti | foto AostaSera.it

E’ bellissimo il 25 Aprile.

Il 25 Aprile è bellissimo perché è la prova tangibile che nella storia i valori di libertà e giustizia possono vincere. E questo mai nessuno potrà cancellarlo. Il 25 Aprile non si può rovinare perché questo esempio non si può cancellare. La speranza che il mondo possa cambiare è nel 25 Aprile. Il 25 Aprile ci ricorda che un mondo migliore è possibile, che un mondo dove libertà e giustiza vincano è possibile e basta impegnarsi e potremo averlo. Quindi nessuno potrà cancellarci il 25 Aprile. Ci provano. Ci provano a Roma con i manifesti fascisti che dicono “25 Aprile: buona pasquetta” e 3 fasci littori. Ma non ce la fanno. Perché l’esempio non si cancella. Perché la memoria non si cancella. E noi siamo quindi qui a festeggiare perché anche noi speriamo in un mondo dove libertà e giustizia possao vincere ancora, in un mondo che possa cambiare nuovamente. E quindi noi oggi siamo qua a festeggiare. Ma non possiamo scordarci che il 25 Aprile ha 2 facce. Una faccia che guarda al futuro ed è la faccia che noi festeggiamo. E una faccia che guarda al passato e ci ricorda quello che c’è stato prima del 25 Aprile del 1945: quando c’è stata la dittatura, quando c’è stato Mussolini, c’è stata la guerra. Perché non possiamo dimenticarci che l’Italia prima di essere stata partigiana è stata fascista. Che se ci sono stati tanti italiani partigiani è perché prima tantissimi italiani hanno scelto di essere fascisti. Il 25 Aprile impone una scelta di campo. Dobbiamo scegliere da che parte stare: o di qua o di là. Antifascisi o fascisti. Non ci sono altre possibilità. Dobbiamo scegliere da che parte stare e quali sono i nostri valori di riferimento. Ed è su questo che dobbiamo riflettere quest’anno: 150 dell’Unità d’Italia. Questa è una festa che va sicuramente festeggiata perché è un percorso che abbiamo fatto assieme, un percorso che non può essere cancellato nonostante le tante ombre che ci sono come si divertono a ricordare i tanti detrattori di questa festa. Ma è un percorso che abbiamo fatto assieme e va festeggiato. Ma deve essere anche e soprattutto occasione per riflettere su chi vogliamo essere noi come italiani: quali sono i nostri riferimenti? Cosa vogliamo noi per il nostro futuro di italiani? Perchè dobbiamo ricordarci che l’identità si sceglie, si sceglie chi essere. Non si nasce fascisti non si nasce partigiani. Si sceglie cosa essere, si scelgono i propri valori. I partigiano hanno scelto di essere partigiani, i fascisti hanno scelto di essere fascisti. Hanno fatto una scelta diversa ed è per questo che sono diversi ed è per questo che è intollerabile quando qualcuno si permette di metterli sullo stesso piano. Oggi noi dobbiamo scegliere di nuovo chi essere, dobbiamo scegliere i nostri valori, dobbiamo scegliere come guardare al futuro. Il 25 Aprile è una festa scomoda perché non tutti si possono riconoscere nel 25 Aprile. Bisogna scegliere chi essere. E noi oggi chi vogliamo essere come italiani e come individui? Chi vogliamo essere? La risposta per noi che oggi siamo qua sembra facile, scontata, ma non lo è. Dobbiamo ricordarci che sia a livello istituzionale che a livello popolare le risposte non sono così chiare. Non possiamo dimenticare i 6 onorevoli, se vogliamo chiamarli così, che non trovano nulla di male nella ricostruzione del PNF. Non possiamo dimenticare che un altro onorevole ha dichiarato “L’A.N.P.I. Mi disgusta” in occasione del 25 Aprile. Non ho parole e non voglio commentare. Non possiamo scordarci i tanti esempi di fascismo esplicito. Posso raccontare una piccola storia letta sul sito nazionale dell’A.N.P.I.: in un piccola paese della Lombardia [Trezzano sul Naviglio] un sindaco sostenuto da una maggioranza col PDL ha impedito all’A.N.P.I. di parlare e ha imposto il suo discorso in piazza. Aveva paura di quello che l’A.N.P.I. potrebbe dire. L’A.N.P.I. ha lo stesso fatto manifestazione, ha lo stessa fatto il corteo, nonostante il sindaco avesse cercato di impedirlo: anche questa è Resistenza. Non possiamo però dimenticarci anche i tanti attacchi impliciti ai valori della Resistenza e della Costituzione. Non possiamo scordarci che troppo spesso oggi la giustiza, quella vera, quella di tutti, si cerca di trasformarla in una giustizia su misura per qualcuno e questo è fascismo e non c’è nessun problema a chiamarlo così. Non possiamo scordarci che i valori di giustizia e libertà vengono sempre calpestati. Penso ad esempio alla riforma della scuola pubblica contro cui l’A.N.P.I. ha protestato il 21 marzo [in realtà il 12 marzo]. La riforma della scuola pubblica cerca di trasformare il nostro paese in un paese dove la libertà per cui hanno combattuto i partigiani non esista e questo non possiamo dimenticarcelo. [In questo momento si sente l’ordine e gli alpini se ne vanno] Dobbiamo ancora oggi combattere perché a livello istituzionale c’è gente che si vergogna di riconoscerci nei valori della Resistenza e noi questo non possiamo accettarlo. Noi dobbiamo avere la forza di indignarci ancora, di gridare con forza il nostro essere antifascisti perché è inaccettabile che uno Stato come il nostro si vergogni di riconoscersi nei nostri valori ed è per questo che noi oggi siamo qua e lo saremo ogni anno per dire che ci fa schifo il nostro stato spesso, che ci vergognamo di essere italiani in alcuni casi. Ma anche a livello popolare le cose non vanno meglio. Noi oggi qui siamo pochi e lo sappiamo. Siamo troppo pochi perché il nostro paese si dovrebbe riconoscere in questi valori e invece siamo troppo pochi qui oggi. Nel sentire comune italiano oggi c’è un sentimento alla “volemose bene”, “né di qua, né di là, io non prendo parte”. No. Io parteggio. Io so da che parte stare. Io so quali sono i miei valori e non mi vergogno a dirlo. Io ci metto la faccia. Perché se vogliamo un mondo migliore non dobbiamo avere paura di scendere in piazza e dire con forza chi siamo e in cosa crediamo. Io sono antifascista! E allora? Non mi vergogno a dirlo. Tu ti vergogni a scendere in piazza? Affari tuoi. Io non ho paura, io non mi vergogno. Però un po’ di speranza rimane, comunque posso vedere che c’è una parte d’Italia che non si arrende. L’abbiamo visto con le manifestazioni per la scuola pubblica, le manifestazioni per la donna, le manifestazioni contro il precariato. C’è una parte d’Italia che non si arrende e vuole continuare a sognare, vuole continuare a combattere. E allora è per questo che noi oggi siamo qui. Perché se la domanda è “Noi chi vogliamo essere?”, noi come individui e noi come Nazione e se la risposta è la risposta di questa piazza, la risposta di un antifascismo fiero, orgoglioso e coraggioso, allora io non posso che concludere dicendo:

VIVA L’ITALIA, VIVA LA DEMOCRAZIA, VIVA LA LIBERTA’.

Andrea Lamberti, componente del Comitato Regionale ANPI.

Donnas | Discorso commemorativo di Raimondo Donzel

7 maggio 2011

Raimondo Donzel | foto Consiglio Regionale

Discorso commemorativo per il 25 aprile 2011 a Donnas

(Pont-Saint-Martin e Perloz)

Egregio Signor Sindaco,

Cari partigiani, care staffette,

Autorità civili, militari e religiose

Chers amis valdôtains

Care cittadine e cari cittadini

|

sono passati soltanto due giorni da quando, in occasione di una tavola rotonda a Issogne; ho incontrato Yves, Tigro, Janes, César, Moro, Purosangue, Gagno, Abete, Tigre e la staffetta Matilde. Preziosi questi incontri con gli ultimi protagonisti di giorni terribili e insieme memorabili, perché dall’orrore della guerra e dei lager portarono alla libertà e alla democrazia. E non a caso ho usato i nomi di battaglia di questi uomini. Non era un gioco, un vezzo assumere una nuova identità. Era necessario perdere il cognome, innanzitutto per evitare che la famiglia subisse rappresaglie e persecuzioni. Non mancavano le spie, i delatori, coloro che servirono il regime con devozione fino all’ultimo giorno, per poi rinnegare tutto. I partigiani soprattutto nel 1943 erano pochini! Eppure ebbero il coraggio di fare una scelta… Difficile, molto difficile! Alcuni, giovanissimi, con in mano una cartolina blu, una cartolina precetto, affrontarono il dilemma: soldato di Salò, col fascismo o quello che restava di esso e gli alleati nazisti, oppure partigiano, mettendo a repentaglio la propria vita in nome di una libertà che alcuni nemmeno avevano mai conosciuto perché cresciuti nel regime fascista. Non avevano armi, equipaggiamenti, e all’inizio poca o nulla formazione politica. Ma questi giovani seppero scegliere fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza curarsi dei rischi! E oggi siamo capaci di una scelta? O restiamo inerti di fronte agli attacchi alla democrazia e alla libertà? Ce ne staremo zitti a guardare che qualcuno affigge manifesti con le squadracce fasciste che augurano “Buona Pasquetta”? Concita De Gregorio su l’Unità di ieri ci interroga tutti con queste parole: “Direte: sono manifesti messi da qualche cretino. Vero, ma solo fino a qualche anno fa non si sarebbero permessi. I cretini escono in massa allo scoperto perché si sentono spalleggiati e in fondo approvati. Si specchiano in chi ci governa e improvvisamente non hanno più vergogna né paura, anzi al contrario: sono tracotanti e rumorosi. Si sentono dalla parte di chi ha vinto, salgono sul carro. Alcuni sono solo cretini, e pazienza. Altri sono sul crinale del crimine e a volte oltre, ci sono cose che non si possono fare non perché non sta bene o perché si offende qualcuno ma perché è proprio un reato. Apologia di fascismo, per esempio. Altri ancora (a Milano) sono applauditi e saranno probabilmente eletti, così da chiudere il cerchio tra rappresentanti e rappresentati.” Ma noi, cosa stiamo facendo? Aspettiamo? Ci chiudiamo fra le montagne della nostra Autonomia, dimenticando che i martiri della Resistenza, il loro sangue è stato la linfa vitale da cui sono fioriti i Decreti luogotenenziali e lo Statuto speciale? Pensiamo forse che ciò che accade a Roma non ci tocca? Proprio con una marcia su Roma iniziò il fascismo e travolse i valdostani che indossarono le camice nere e dovettero piegarsi al regime fino alla Liberazione. Fingiamo di non sapere che la libertà è sotto attacco? E allora che dire dei disegni di legge che vogliono cambiare la Costituzione senza larghe convergenze ma con continue e pericolose provocazioni? E come giudicare il disegno di legge costituzionale che intende abolire la norma della Costituzione che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, presentato al Senato, il 29 marzo, dal senatore del Pdl Cristiano De Eccher (Pdl)? Qui non siamo più alle schermaglie giuridiche ma davanti a un pericoloso attacco alle libertà democratiche. Co-firmatari sono gli altri senatori del Pdl Fabrizio Di Stefano, Francesco Bevilacqua, Giorgio Bornacin, Achille Totaro e il senatore Fli Egidio Digilio. Anche se Digilio dopo l’intervento di Fini ha ritirato la firma e anche se il Presidente del Senato Schifani è rimasto ‘esterrefatto’ dall’iniziativa, il fatto è di una gravità inaudita e mostra come in Italia l’estrema destra sia stata chiamata a sostenere il Governo Berlusconi. In altri paesi, una destra normale, piuttosto perde le elezioni che governare con i fascisti. E Scilipoti, che, coi suoi amici Responsabili, redige un Manifesto del neo Movimento, copiando interi brani dal Manifesto del Partito fascista, non fa una ragazzata o una dichiarazione di ignoranza, ma dà un altro segnale di degrado della vita pubblica italiana. E come non vedere l’attacco continuo alla scuola pubblica, simbolo di libertà e equità tra i cittadini. Oltre alla riduzione dei finanziamenti, dei posti di lavoro, delle classi, alcuni parlamentari Pdl, Gabriella Carlucci in testa; hanno sostenuto che nei testi di storia adottati nelle scuole superiori italiane ci sono «tentativi subdoli di indottrinamento per plagiare le giovani generazioni a fini elettorali», che bisogna ritirarli dal mercato perché la scuola «non può trasformarsi in una fabbrica di pensiero partigiano». Come se il pensiero partigiano e i valori della Resistenza fossero nocivi per i nostri giovani e non invece le trasmissioni televisive come il “Grande fratello”. Vogliono cambiare la storia e i valori di riferimento di questo paese. E ancora l’aggressione alle istituzioni repubblicane come la Magistratura, con epiteti come le toghe rosse. O affermazioni secondo cui le procure sarebbero piene di terroristi. Senza ricordare il sangue versato dai magistrati negli anni di piombo! E infine la presentazioni di liste con firme false per il Pdl nelle elezioni regionali della Lombardia o il tentativo di cancellare i referendum sul nucleare e per l’acqua pubblica: un continuo sovvertimento delle regole democratiche. Tanto da far sbottare sia Carlo Smuraglia, nuovo presidente dell’ANPI: “Questo non è il paese che sognavamo. Bisogna smascherare le bugie. E vorrei che i giovani si impegnassero insieme a noi.” Anche il Presidente della Repubblica Napolitano ha sentito l’esigenza di usare espressioni forti come “una ignobile provocazione” per i Manifesti contro le procure apparsi a Milano; e ha aggiunto che “si sta toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni.” Dobbiamo reagire. Dobbiamo aprire gli occhi. Questo 25 Aprile 2011, dunque, non è una semplice commemorazione del passato; ma ci chiama tutti a una “nuova”, pacifica nei mezzi ma determinata e quotidiana Resistenza, per tornare ad esprimere valori di libertà, democrazia, equità e giustizia. I partigiani trovarono il coraggio di fare quella scelta; ora tocca a noi.

ANTIFASCISTI SEMPRE!

Raimondo Davide Donzel, Consigliere Regionale.

Verrès | Commemorazione del 25 aprile di Nedo Vinzio

7 maggio 2011

Cittadini, signori sindaci, autorità militari, rappresentanti delle associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma, rappresentanti degli ex internati nei campi di concentramento nazisti,

ringrazio il sindaco di Verrès, Luigi Mello Sartor, per il saluto appena portato a questa piazza e ringrazio tutti voi, qui convenuti per questa celebrazione del 25 aprile.

Questo è anche l’anno in cui si ricorda l’altra ricorrenza fondativa dello stato italiano: i 150 anni della sua unità, che è stata festeggiata il 17 marzo scorso.

L’emozione – non posso nasconderlo – è grande e all’emozione si aggiunge un doveroso pudore. In questi ultimi giorni mi sono infatti più volte chiesto quale diritto mi conceda di parlare in questa piazza ed in questa ricorrenza, quando qui con me e con voi ci sono alcuni dei diretti protagonisti di quella lotta di Liberazione che celebriamo e che avrebbero certo più titolo di me a tenere il discorso ufficiale.

Non sono uno storico, l’unico motivo che mi concede questo privilegio è forse quello di essere figlio, nipote e amico di partigiani combattenti, di avere perciò da sempre respirato l’aria sana di chi quei periodi tragici, ma anche esaltanti li ha vissuti in prima persona.

È con questi dubbi, ma è per questo, per la forza che mi da questo senso di appartenenza che cercherò qui e con voi di fare oggi del mio meglio.

Anche se in modo diverso, sono tanti gli aspetti legati alla data del 25 aprile.

In primo luogo noi oggi ricordiamo la fine della seconda guerra mondiale. Essa fu, per il nostro paese, una vera sciagura: milioni di Italiani e tra loro molti valdostani, furono mandati a combattere, a soffrire e a morire in, Francia, in Grecia, in Africa, nei Balcani, in Russia.

Dal ’43 si cominciò poi a combattere e a morire anche in Italia e dopo l’armistizio dell’8 settembre di quell’anno nacque presto la vicenda della Resistenza che fino all’aprile del ’45 pose le basi della società nella quale ancora oggi viviamo.

Inoltre è bene sempre ricordare, come ci invita a fare nella premessa del suo libro La Resistenza in Valle d’Aosta l’On. Roberto Nicco, che … La vicenda della Resistenza si sviluppa anche qui, per tanti aspetti, lungo linee comuni a quelle di altre zone, ma, nello stesso tempo, è segnata da caratteri specifici che la contraddistinguono fortemente. La questione valdostana, ovvero la definizione dell’assetto della Valle d’Aosta nel dopoguerra, …

Questa storia, italiana e valdostana, fu la catastrofe di gran lunga la più devastante e dolorosa della sua storia.

Il fascismo va giudicato anche sullo sfondo di tale disastro: ed il giudizio è, e sarà sempre un giudizio di condanna inappellabile, che nessun maldestro, antistorico, meschino e vergognoso tentativo revisionista potrà, dovrà, cancellare.

Concedetemi una digressione: mi riferisco qui alla presentazione al Senato, lo scorso 29 marzo, da parte di alcuni senatori del Pdl, di un ddl costituzionale per abolire la norma transitoria della Carta che vieta la ricostituzione del Partito nazionale fascista. Sebbene il presidente del Senato si sia dichiarato sorpreso ed esterrefatto che da parte di alcuni rappresentanti dell’attuale maggioranza parlamentare si arrivi a tanto e che anche molti altri parlamentari abbiano condannato l’iniziativa, ciò rappresenta l’ennesimo piccolo gesto mirato, ma molto significativo, per distruggere i pilastri della nostra Costituzione.

Ma dalla rovina della guerra nacque anche la volontà di riscatto della nazione.

La riscattarono i militari che, abbandonati dalla viltà del re, dalla vigliaccheria di politici e degli alti comandi militari, non si piegarono ai tedeschi e poi ai fascisti di Salò.

La riscattarono i partigiani delle tante e diverse formazioni combattenti, i civili dei nostri paesi, le donne, i tanti preti inermi ma coraggiosi.

Per tutto ciò possiamo dire, dobbiamo dire, che il 25 aprile è l’evento fondante il nostro vivere civile, quello che fa di noi un popolo indipendente e libero, anche nonostante le poco edificanti vicende che la nostra nazione vive oggi.

È con la Resistenza che abbiamo conquistato ancora una volta, per la seconda volta, la nostra indipendenza. È anche per questo che oggi vogliamo ricordare qui anche i 150 anni dell’Unità d’Italia e la nostra carta fondamentale: la Costituzione della Repubblica che, frutto della Resistenza, che ha riscattato questo paese dal fascismo a prezzo di atroci sofferenze di popolo, ha garantito che gli italiani, i valdostani, abbiano potuto vivere nella pace, nella libertà e nella democrazia ed anche nel benessere per i sessantasei anni che ci separano dalla Liberazione.

Questo ci porta al secondo aspetto per il quale siamo qui oggi: la difesa della Carta Costituzionale, più che mai sotto attacco.

Diceva Piero Calamandrei, che abbiamo ricordato poche settimane fa ad Aosta, in piazza Manzetti, leggendo la celebre epigrafe dedicata a Duccio Galimberti: “Lo avrai, camerata Kesselring…” in risposta alla folle pretesa del monumento che gli italiani avrebbero dovuto erigere al boia delle Fosse Ardeatine, delle Stragi di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e molte altre.

Diceva Piero Calamandrei, appunto, nell’introduzione al corso sulla Costituzione italiana, tenuto a Milano nel gennaio 1955, … la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; e ancora, ….. Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.

E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

Calamandrei, sempre a proposito della Carta Costituzionale, diceva anche:

Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili, di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie”, ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.

O quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour!

O quando io leggo nell’articolo 5 “La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!

O quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi!

O quando leggo all’articolo 27 “Non è ammessa la pena di morte”, ma questo, oh studenti milanesi, è Beccaria!

Mi è sembrato giusto, doveroso anzi, ricordare oggi e qui queste parole. Le preoccupazioni, ma anche l’orgoglio morale ed etico di un protagonista di quegli anni e di quelle vicende a pochi anni: 10, dalla fine della guerra.

Doveroso perché con voi oggi, a oltre sessant’anni di distanza dalla Liberazione, noi riconosciamo il ruolo importante, fondamentale dei giovani e delle loro istituzioni scolastiche, tanto vituperate, nella difesa dei valori della costituzione, in una staffetta non solamente ideale tra l’ultima generazione che ha vissuto sotto il giogo fascista, che è ancora qui con noi oggi, e chi ha potuto vivere in democrazia ma che proprio perciò deve difenderne i valori che non vanno mai dati per scontati, né acquisiti una volta per tutte.

Mi sia concessa anche qui una divagazione: il Presidente del Consiglio Berlusconi ha recentemente dichiarato nel discorso al congresso dei Cristiano-Riformisti il 26 febbraio 2011 e ancora ribadito il 16 aprile scorso: «Crediamo nell’individuo e riteniamo che ciascuno debba avere il diritto […] di poter educare i figli liberamente, e liberamente vuol dire di non essere costretto a mandarli a scuola in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei princìpi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell’ambito della loro famiglia».

Io, noi, crediamo che l’educazione, ora più che mai sotto attacco, è qualcosa che non si inculca. Né a scuola, né in famiglia e né altrove: la scuola e la famiglia devono educare, non inculcare. L’educazione è fatta di insegnamenti, di modelli pedagogici, di suggerimento di valori, di inviti allo studio, e di quant’altro sia non invasivo ma propositivo. “Inculcare” significa imporre qualcosa, indottrinare a forza, come facevano i regimi dittatoriali con le rispettive propagande.

Infine, vorrei ancora fare un’ultima breve considerazione sui fatti di questi giorni, determinati dalle insurrezioni dei popoli dei paesi nordafricani, delle repressioni che essi subiscono, degli esodi che esse determinano verso i paesi europei, in primis l’Italia.

Le risposte che gli Stati dell’Europa stanno offrendo, con i loro poco maturi comportamenti, dettati quasi esclusivamente da logiche di interesse elettorale, hanno creato il terreno fertile perché il Ministro Maroni, ma anche la leader del Fronte Nazionale d’estrema destra francese Le Pen, ipotizzare l’uscita dei nostri Paesi dalla Comunità Europea.

Anche in questo caso il richiamo ai nostri trascorsi storici si impone. L’idea di Europa come la viviamo oggi è nata dopo il 1945 per chiudere definitivamente il capitolo delle guerre europee; un capitolo lungo oltre duemila anni.

Se noi non inseriamo la nostra lotta di liberazione nazionale in quella più ampia lotta che tutta l’Europa combatté per riconquistare sé a se stessa nella libertà e nella democrazia, rischiamo di non cogliere tutta intera la carica liberante presente nella data del 25 aprile.

Le levatrici di quell’idea d’Europa furono tre statisti: i francesi Jean Monnet e Robert Schuman e l’italiano Altiero Spinelli. Dalla loro spinta ideale è venuta alla luce la Comunità Europea, perché l’allargarsi degli orizzonti non significasse perdersi, ma ritrovarsi insieme a tantissimi altri che in paesi diversi combatterono un’eguale battaglia per aprire prospettive di pace e di progresso che solo un’ Europa libera, solidale e ricca delle sue diverse culture, può garantire.

Certo, i problemi che oggi incalzano sono nuovi e gravi ma non è ritornando indietro che li si risolvono. Se quello che ricerchiamo ancor oggi è un di più di libertà, anche per chi è al di là del mare, di democrazia, di giustizia, di solidarietà, di rispetto, di tolleranza e di pace è sempre alle radici della Resistenza il luogo a cui dobbiamo tornare, là dove democrazia, libertà e giustizia e pace furono guadagnate con enormi sacrifici e indicibili sofferenze, fino all’incontenibile felicità del 25 aprile 1945.

Viva la Resistenza, viva l’Italia che compie quest’anno i 150 anni di unità, viva l’Europa unita, viva la pace.

Nedo Vinzio, Vice Presidente ANPI Valle d’Aosta.


Verrès, 25 aprile 2011 | Nedo Vinzio